Se il rubino sui binari va in pensione

Chiunque si sia trovato a scorrere annunci di lavoro negli ultimi tempi, quasi certamente si sarà imbattuto in bizzarre posizioni lavorative dai nomi curiosi e talvolta impronunciabili. In effetti, da qualche anno è in atto una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo che lavoro, che sta mandando in pensione i mestieri tradizionali, sostituendoli con nuove e più promettenti figure. Già, la pensione. E’ proprio di questo e delle nuove professioni che mi piacerebbe trattare in questo post.

Anche in Italia sembra aver preso finalmente il via il processo di digitalizzazione, con tutte le conseguenze socio-economiche che esso comporta. Il wi-fi va diffondendosi sempre di più nelle case e negli uffici, smartphone e tablet sono ormai una realtà consolidata e anche l’e-commerce sembra aver fatto breccia nel cuore dei consumatori italiani.

A livello aziendale, la parola start-up è entrata a far parte del nostro lessico, e anzi, politici ed economisti non perdono occasione per sciorinare lodi nei confronti di questa nuova forma di imprenditoria. Per i meno avvezzi alla lingua inglese, le start-up non sono altro che micro aziende, simili alle ormai logore cooperative, composte da uno o più soci e dedite perlopiù ad attività legate al web. Dopo quasi due lustri di stagnazione economica, le start-up sembrano aver dato nuova linfa alle economie dei vari paesi, riuscendo nell’impresa di recuperare i posti di lavoro che la crisi aveva spazzato via.images Ma è davvero così?

Certo, le statistiche in Italia e nel resto del mondo parlano chiaro: negli ultimi 4-5 anni sono state avviate centinaia di migliaia di start-up, alcune delle quali hanno riscosso anche un certo successo. Quello che però le statistiche non ci dicono è quanto durino nella realtà queste piccole aziende. Perché per ogni start-up che viene fondata, ce ne sono 10 che si dileguano nell’ombra, di solito dopo un periodo di attività che varia da 2 a 5 anni. Un’altra cosa che le statistiche non dicono è il numero effettivo di persone che vengono assunte in queste nuove imprese. Mediamente in una start-up ci sono uno o più soci fondatori e una manciata di collaboratori. Ovviamente le realtà più grandi possono arrivare ad avere anche decine di dipendenti, ma a quel punto vuol dire che si è compiuto il salto verso lo status di azienda vera e propria, mentre il concetto originale di start-up si applica alle mini aziende che hanno le caratteristiche sopra descritte.

E per quanto riguarda la durata dei contratti e le modalità di assunzione? Anche questo elemento sembra sfuggire (o non interessare) ai politici di turno e a tutti coloro che si sono lasciati prendere dall’euforia del digitale, osannando la rivoluzione delle start-up. Almeno in Italia, ma a giudicare da quanto si legge negli annunci di lavoro, anche all’estero, la maggior parte degli addetti in una start-up sono persone giovani o giovanissime, assunte con contratti a tempo determinato (per i più fortunati) o attraverso le più svariate forme di collaborazione, tutte però con un comune denominatore: la flessibilità e le poche certezze per il futuro. Contratti freelance, stage, collaborazioni part-time e lavoro da casa, spesso pagato a ore, sono le modalità più diffuse. Perciò, a tutti questi esperti che si affannano a spiegarci quanti posti di lavoro hanno creato e creeranno in futuro le start-up, vorrei tanto chiedere: è davvero un bene puntare tutto su questa nuova forma di imprenditoria? E soprattutto, siamo sicuri che il mercato digitale sarà veramente in grado di riassorbire tutti i posti di lavoro persi nei settori tradizionali (agricoltura, industria, servizi ecc..)?

Perché per quanto ci piaccia credere che internet sia l’ufficio di collocamento del futuro (e, almeno in parte, lo è), la realtà è che non offre tutte quelle garanzie rappresentate da un posto in fabbrica o in un ufficio o in un ospedale. In effetti, mi chiedo se tutte queste professioni legate al mondo online saranno davvero capaci di garantire la sicurezza (sociale e pensionistica) di un lavoro da saldatore, cuoco, meccanico, segretaria e così via dicendo.

Oggi vanno tanto di moda le cosiddette “new professions”, ovvero nuove figure professionali dai nomi cool e spesso curiosi: c’è la fashion blogger, il social media manager, il Seo specialist, l’addetto e-commerce, il community manager e l’ormai onnipresente ruby on rails (letteralmente “rubino sui binari”, ovvero una particolare figura di programmatore informatico). images (5)

Ecco, per quanto anche io sia attratta da internet e dalle sue numerose potenzialità (non a caso ho scelto anche io, nel mio piccolo, di diventare una blogger…), continuo a nutrire seri dubbi circa le reali capacità della rete di riassorbire e ricollocare tutta quella fetta di manodopera esiliata dal mercato del lavoro a causa della crisi economica.

Proviamo a ipotizzare lo scenario pensionistico tra 30-40 anni. Immaginiamo, ad esempio, di trovarci alle poste e di assistere alla conversazione di tre simpatici vecchietti che sono in fila per riscuotere la pensione. Diciamo che Vecchietto A era un ruby on rail, Vecchietto B lavorava come web analyst e Vecchietta C come travel blogger. Tra un discorso sugli acciacchi dell’età e un altro sulle recite scolastiche dei nipoti, i nostri tre amici finiscono poi a parlare dei loro rispettivi lavori, degli anni di servizio, dei contributi versati all’INPS, degli scatti di anzianità ecc…

Ecco, sarebbe bello se questo quadretto avvenisse realmente, ma… avverrà realmente? Voglio dire, riscuotere una pensione da blogger? O iscriversi al sindacato dei java developer? E se la start-up per cui lavoro affrontasse un momento di crisi, avrò accesso alla cassa integrazione come Sem specialist? Le copy writer potranno mai andare in maternità? E se al povero rubino sui binari venisse una tendinite, avrà diritto alla malattia?

Insomma, sono d’accordo nello stare al passo con i tempi e sfruttare le potenzialità del progresso tecnologico. Le società inevitabilmente si evolvono, e con esse anche il mercato del lavoro. Soltanto non vorrei che nel cavalcare l’onda digitale del momento, ci si dimenticasse l’importanza dei settori più tradizionali. L’agricoltura, ad esempio, che andrebbe recuperata e valorizzata anche per una sua valenza sociale e culturale; il turismo, che andrebbe sfruttato maggiormente. E anche l’industria ha a mio avviso ancora tanto da offrire (penso all’energia pulita, al tema dei rifiuti ecc..). Tutti questi settori lavorativi possono ancora rappresentare una miniera di posti di lavoro, a patto che non ci lasciamo abbagliare troppo dalle luci e dal glamour del mondo digitale. Certo, è più cool dire agli amichetti a scuola che tuo papà è un digital analyst, piuttosto che un metalmeccanico, soltanto che con una pensione da metalmeccanico, almeno per ora, si campa meglio.

E in attesa della pensione 3.0, io faccio il tifo per il rubino sui binari !!!

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