Guinzaglio, questo sconosciuto

cane_nastrino_giallo-586x276Ci risiamo. Come ogni mattina esco per la mia immancabile passeggiata al parco. È una tiepida giornata di dicembre, una di quelle che tanti paesi ci invidiano. Perché ammettiamolo, in quale altro paese d’Europa è possibile concedersi una camminata all’aperto in pieno inverno, godendo del tepore del sole e di un cielo che più azzurro non si può? E fin qui tutto bene.

Parcheggio l’auto e mi avvio lungo il percorso verde della mia città. Dopo pochi minuti avviene il primo incontro: un simpatico cagnolone senza guinzaglio che scorrazza libero e indisturbato, annusando chiunque gli capiti a tiro. Fingo di ignorarlo nella speranza di troncare sul nascere ogni sua curiosità nei miei confronti, e mentre allungo il passo cerco di individuare il potenziale padrone. Ma non c’è nessuno nei paraggi. Poi a distanza scorgo un ragazzo assorto nel suo smartphone. Ha in mano un guinzaglio. Si, deve essere lui. Lancio un paio d’imprecazioni tra me e me e proseguo la mia passeggiata. È una giornata troppo bella per lasciare che il solito cafone di turno me la rovini, e poi è da giorni che lavoro senza sosta davanti al computer, i miei occhi bramano la luce e voglio godermi questo cielo azzurro senza noie e senza stress.

Ma dopo neanche cinque minuti ecco apparire un altro cane sciolto all’orizzonte, ancora più agitato del precedente. Corre all’impazzata, salta, si azzuffa con altri cani, guizza via intrufolandosi tra passeggini e biciclette. Mi dico: “vai avanti, ignoralo”, ma stavolta l’animale in questione è un po’ troppo inquieto per i miei gusti, così faccio dietro front e scelgo un sentiero alternativo. Ma è solo questione di tempo prima che l’ennesima bestiola mi si pari davanti, saltandomi sulle ginocchia e insudiciando i miei pantaloni con le sue zampette sporche di fango. So che non vuole farmi male, so che gli animali amano fare le feste, ma non posso farci niente: IO HO PAURA DEI CANI.   E ora sparatemi.

Così cambio strada per l’ennesima volta e alla fine faccio ritorno a casa più stressata di prima. Hanno vinto loro, come sempre. Gli italiani del “non si fa, ma chissene frega”. Sono anni che la mia passeggiata al parco si trasforma in una corsa a ostacoli per evitare di imbattermi in cani puntualmente sciolti; anni che faccio notare ai vari padroni che gli animali nei parchi pubblici VANNO tenuti al guinzaglio. E sono altrettanti anni che mi sento rispondere le scuse più improbabili. Potrei scriverci un libro. In effetti credo che lo farò. Si va dal classico: “ma è buono” (perché gli italiani, si sa, hanno tutti una laurea in discipline veterinarie), ad un più creativo “ho dimenticato il guinzaglio in auto”. Ammetto che in fatto di giustificazioni, la fantasia dei miei connazionali non ha limiti. Una signora una volta mi ha risposto stizzita: “ma è un cucciolo, ha 8 mesi”. Si signora, un bel cucciolo di alano!!

È in queste occasioni che mi piacerebbe tanto osservare il percorso dei neurotrasmettitori all’interno del cervello umano, per capire cosa, a volte, va storto. Come mai è tanto difficile per un italiano rispettare delle semplicissime regole che sono accettate ovunque? Ho vissuto in diversi paesi del mondo e da assidua frequentatrice di parchi quale sono, non mi è mai capitato di imbattermi in cani sciolti. In Inghilterra, in Canada, persino in Cina (okay, lì se li mangiano direttamente…). Scherzi a parte, le più banali regole del vivere civile sembrano essere unanimemente condivise ovunque, tranne nel Bel Paese.

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È da tanto tempo che sento gli italiani riempirsi la bocca con paroloni come leggi ad personam. Tutti lì, con aria da intellettuali, pronti a indignarsi di fronte alle menzogne, l’abuso di potere, l’aggiramento di regole e le mille scorciatoie legali che hanno contraddistinto l’intera carriera politica di Berlusconi, ovvero colui che delle leggi ad personam ha fatto uno stile di vita. Ma se ciascuno di noi provasse per una volta a guardarsi dentro, credo che riconoscerebbe in sé un piccolo Berlusconi. Anzi, credo sia corretto dire che SIAMO TUTTI BERLUSCONI.

La vita dell’italiano medio, infatti, non è altro che un continuo, incessante tentativo (ahimè riuscito) di prevaricare il prossimo, ignorando ogni legge e regola del buon vivere in favore dei propri interessi personali. Tanto c’è sempre una scusa pronta per giustificare qualunque infrazione. Perché lo sappiamo tutti che i cani vanno tenuti al guinzaglio nelle aree pubbliche, ma la maggior parte di noi ha deciso che questa legge non vale per il proprio cane, perché lui è buono, è piccolo, è un cucciolo ecc ecc…       E questo paradigma si applica a qualsiasi altro aspetto della nostra società.

Ma se siamo noi italiani, nel nostro piccolo, i primi a scavalcarci l’un l’altro badando solo a difendere i nostri interessi e coprire malefatte più o meno gravi, come possiamo aspettarci che non lo faccia il più famoso, il più ricco, il più furbo e il più potente dei nostri concittadini? In fondo Berlusconi non è altro che una macchietta, una stigmatizzazione ed esacerbazione di tutti i difetti dell’italiano comune.

Più frequento i parchi italiani, più mi rendo conto che essi non sono altro che un’amara metafora del nostro paese, un luogo dove regna l’anarchia totale e ciascuno si cura solo dei propri interessi. A Zurigo una volta mi sono imbattuta in una frase, incisa su una panchina: erlaubt ist, was nicht stört, che tradotto vuol dire “è consentito tutto ciò che non disturba”.

panchina zurigo

Ecco, potremmo per favore acquistare qualche centinaia di migliaia di panchine dalla Svizzera e disseminarle nei nostri parchi pubblici?

Come sempre, a voi lettori l’ultima parola.

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