Viva la mamma!

Questo è il primo articolo che scrivo per il mio neonato blog e devo ammettere che provo una certa ansia da prestazione mentre le mani scorrono sulla tastiera. Mi sento un po’ Carrie Bradshaw di Sex & the City (eh.. mi piacerebbe!) e un po’ Jane Austen (ecco, già meglio). Comunque, per il mio battesimo di blogger, ho deciso di affrontare uno dei temi che più mi stanno a cuore e che mi preme condividere con il mondo là fuori, ovvero la situazione delle donne nel mercato del lavoro, in particolare in quello italiano.

Infatti, come se non bastassero le già devastanti conseguenze fisiche dell’invecchiamento a buttar giù noi donne, ci si mette anche la nostra difficile condizione nel mondo del lavoro. Ogni donna che si ritrovi a leggere queste righe credo possa riconoscersi in quello che scrivo. Perché se per un uomo è difficile trovare lavoro (soprattutto in questi tempi disgraziati), per il gentil sesso si tratta di una vera e propria mission impossible. A ben poco servono le patetiche frasi consolatorie che sempre più spesso ci vengono rivolte,  frasi come “oggi una donna a trent’anni è ancora nel pieno della giovinezza” o “beh, ma tu non li dimostri affatto”. La realtà, come sappiamo, è ben altra. Perciò se hai superato i 30 e non hai ancora un lavoro, smetti di cercarlo e trova piuttosto un marito, l’unica vera assicurazione sulla vita capace di garantirti in un colpo solo stipendio, pensione e reversibilità. Evviva l’amore!

I colloqui di lavoro oggi assomigliano sempre più a una prova di resistenza psicologica, dove vince la candidata che riesce a non strangolare il suo interlocutore. Da quando ho compiuto trent’anni mi sono sentita chiedere sempre meno spesso che tipo di esperienze ho, quante lingue parlo e quali sono i miei obiettivi professionali, e sempre più spesso se sono sposata, se ho figli, se si quanti, se no quando penso di farli. Negli ultimi 5 anni direi che i miei colloqui si sono svolti più o meno nel modo seguente: “Buongiorno, si accomodi pure. Allora, mi parli un po’ di lei..”. E appena tu inizi ad illustrare il tuo percorso lavorativo, vieni prontamente interrotta dalla fatidica domanda: “ma non è sposata?”. Da quel momento, e per tutto il resto del colloquio, non si parlerà più dei tuoi titoli di studio, degli stage, delle esperienze all’estero, ma solo e unicamente della tua situazione sentimentale.

E’ difficile stilare una classifica delle domande che mi irritano maggiormente ai colloqui di lavoro, tuttavia se c’è una cosa che mi manda proprio su tutte le furie è quando mi viene chiesto cosa pensa il mio ragazzo/marito/compagno del fatto che potrei dover viaggiare per motivi di lavoro. Ma davvero gli imprenditori italiani sono tutti fermi agli anni ’40, quando bisognava chiedere al proprio marito il permesso per uscire di casa a fare la spesa? E’ così difficile accettare l’idea che oggi una donna sia in grado di prendere un aereo da sola (oh my god!), senza chiedere prima un consulto al proprio partner e attenderne il via libera? E non importa quante rassicurazioni tu sia in grado di fornire al potenziale datore di lavoro, il suo sguardo scettico ti farà sentire comunque in difetto e alla fine ti chiederai se è veramente il caso di abbandonare il povero fidanzatino ai suoi calzini spaiati e a un piatto di pasta scotta per, udite udite, tre giorni di trasferta!! Puoi provare a giocarti la carta del “sono single, perciò non ho problemi a spostarmi”, ma di nuovo lo sguardo scettico dell’imprenditore si abbatterà su di te, stavolta anche più contrariato, perché crederà che tu gli stia dicendo una bugia. E sì perché è automaticamente escluso che tu sia single a 35 anni, ergo gli stai mentendo.

Un po’ però li capisco questi poveri imprenditori. A volte, infatti, si trovano costretti per forza di cose ad assumere delle donne, con tutti i fastidiosi contrattempi che ne derivano. Sì perché noi esponenti del gentil sesso abbiamo un grosso, grossissimo difetto. Siamo troppo emotive? No, cioè sì, ma non è quello il grosso difetto. Siamo instabili e irascibili in quei giorni del mese? Vero, ma non è neanche questo il punto. Il fatto è che noi donne… (rullo di tamburi…) abbiamo il brutto vizio di fare figli. Ebbene sì, lo ammetto, ogni tanto alle donne capita di restare incinte.

Ora, la domanda che vorrei porre ai datori di lavoro è la seguente: di preciso, chi è che se le tromba tutte queste fanciulle, onde per cui esse rimangono incinte? Auto-inseminazione? Colpo di stato degli spermatozoi? O, più biblicamente, miracolo dello Spirito Santo? E che dire di tutti quei simpatici nonnini che scarrozzano orgogliosi i nipoti al parco? Non c’è neanche un imprenditore tra loro? Tutti nonni-operai? Perché se fare figli è una colpa, ogni imprenditore dovrebbe educare la propria prole ad astenersi categoricamente dalle gravidanze. Eppure è empiricamente dimostrato che anche le figlie degli imprenditori partoriscono. Ah già, forse a loro è concesso, perché il nonno-imprenditore chiude volentieri un occhio sui permessi per l’allattamento dell’amato nipotino.

Che poi tutto questo discorso non mi riguarderebbe minimamente, visto che io figli non ne ho e non ci tengo ad averne, ma vaglielo a spiegare all’imprenditore scettico di cui sopra che ho 36 anni e, stranamente, non intendo avere bambini. Già, perché noi donne dopo i 30 non siamo più delle persone, con hobby, interessi, aspirazioni, ma uteri vaganti pronti a essere fecondati in ogni momento. Esistesse una macchina della verità-maternità, mi ci sottoporrei subito per dipanare ogni dubbio, ma ancora gli uffici di collocamento ne sono sprovvisti.

Allora mi è venuta un’idea: e se insieme al curriculum gli presentassimo un test dell’ovulazione? Anzi, solo il test, niente curriculum! Ogni mese ciascuna lavoratrice rea di possedere un ovaio fertile è tenuta a presentare al proprio datore di lavoro un test dell’ovulazione, per garantirgli che anche nel mese in corso ha ovulato, ergo non è incinta. A ciò si potrebbe eventualmente abbinare un certificato di sana e robusta mestruazione, giusto per stare più tranquilli…

E ora la parola a voi lettrici. Avete storie o esperienze personali da raccontare? Vi è capitato di sostenere colloqui come quelli toccati in sorte a me? Mi piacerebbe conoscere il vostro parere sull’argomento, ascoltare l’esperienza di altre donne e perché no, anche di qualche maschietto o imprenditore all’ascolto. Fatevi avanti 😉

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