L’ira funesta dei greci

Non ci sono dubbi: è la questione greca il tormentone dell’estate 2015, come il virus dell’ebola lo è stato nell’estate 2014.

Da sempre defilato rispetto al quadro geo-politico internazionale, e noto ai più per il bel mare, il sole, i templi e l’ouzo, questo mansueto paese è salito ultimamente alla ribalta della scena economica internazionale, arrivando a tenere in scacco i potenti d’Europa e del mondo. Ma la Grecia, per me, è ben altro.

Grecia per me vuol dire spiagge semideserte lambite da acque cristalline e circondate da rinfrescanti pinete; sonnacchiosi villaggi di pescatori dalle casette bianche e blu straripanti di buganvillee; affollati chioschetti di souvlaki con il loro intenso odore di brace; donne accovacciate sugli scogli del paese, intente a sbattere giganimgp0310teschi polpi per ammorbidirne la carne; ristorantini sulla spiaggia con i tavoli azzurri e le tovaglie bianche di carta; vaniglia fresca nel bicchiere offerta dall’affittacamere di turno; costumi e teli da spiaggia stesi al tramonto, dove vanno a nascondersi gattini di strada; vento caldo che trasporta il profumo di sale e di pane appena sfornato. Questo è il mio ricordo di tante estati in Grecia.

Ma oggi in televisione vedo una Grecia che non riconosco più; vedo rabbia, povertà, anziani abbandonati a se stessi, gente che emigra, gente rassegnata, volti cupi, tristi, infelici. Che ne è stato della mia amata Grecia? Della gentilezza, della cordialità e della genuinità del suo popolo? Dove sono finiti Jorgo, Maria e tutti gli allegri personaggi che hanno segnato le mie vacanze da ragazzina? Chi o cosa ha ferito a morte questa docile nazione dal passato glorioso, a cui tutti, ma proprio tutti, dobbiamo qualcosa?

Leggendo e ascoltando i pareri delle masse, scopro che l’umanità intera ha già emesso la sua irrevocabile sentenza di condanna ed eletto il suo colpevole, e questo colpevole, come si sa, ha il volto di una signora tedesca di mezza età che governa uno dei paesi più ricchi del mondo: Angela Merkel. Lungi da me prendere le difese di questa nuova lady di ferro, che di certo, Madre Teresa di Calcutta non è. Solo che non mi piacciono le semplificazioni, né tanto meno i capri espiatori, e la Merkel per me è esattamente questo: un capro espiatorio, l’agnello sacrificale a cui addossare tutte le colpe del nostro marcescente sistema economico.

ANGELA-MERKEL

In poche parole un burattino, di livello superiore forse, ma pur sempre un burattino, messo lì come tanti altri prima di lei per dare al popolo ciò che il popolo vuole: un volto da odiare, criticare e colpevolizzare; da raffigurare in vignette e caricature; da sbeffeggiare sui social e sulla carta stampata. Perché fin dalla notte dei tempi, l’uomo ha sempre avuto bisogno di demoni e di dèi, di mostri cattivi e di eroi, di dare un volto e sembianze reali al bene e al male. Che si tratti di Dio, Buddha o Maometto, oppure di un diavoletto rosso con tanto di coda, corna e forcone.

E la Merkel serve proprio a questo, a incarnare l’orco cattivo contro il quale possiamo scagliare la nostra rabbia e frustrazione, distogliendo così l’attenzione dal burattinaio, che nel frattempo muove i suoi fili indisturbato, al riparo da critiche, confronti e dibattiti. Perciò, per quel che mi riguarda, non è tanto la Merkel a farmi paura, ma piuttosto l’apparato subdolo che si nasconde dietro quel caschetto rosso in tailleur. L’Unione Europea, la BCE, la JP Morgan, il WTO, il fondo monetario internazionale, gli oligarchi russi, i gruppi bancari, i colletti bianchi di Wall Street. Persino le matricole che studiano finanza alla Columbia University.

Sono questi soggetti che hanno mandato e manderanno ancora in rovina il mondo, e sono questi soggetti che mi fanno venire sempre più voglia di mollare tutto, comprare una casetta su un’isola greca e vivere di miele e di yogurt, aspettando le barchette blu dei pescatori che fanno ritorno in porto con il pescato del giorno…

Boat-mooring-in-Paros-Greece-close-to-Villa-Aroma

“Ogni problema ha tre soluzioni: la mia soluzione, la tua soluzione, la  soluzione giusta” (Platone)

                                                                                          

L’amico saputello (alla fiera dell’est)

Un articolo dedicato a tutti gli amici saputelli, quelli che hanno sempre una spiegazione per tutto, e di solito la spiegazione è che se le cose non vanno bene è colpa tua, perché sei vittimista e quindi attiri energie negative.

Ma vediamola più nel dettaglio questa fiera dei saputelli…

Alla fiera dell’est… c’è l’amico saputello-Osho, quello che vede tutto positivo, quello che il bicchiere è sempre mezzo pieno e che se ci credi veramente puoi realizzare tutti i tuoi sogni e che se c’è la volontà c’è tutto e che devi essere ottimista perché nella vita quello che conta è la salute e che devi smetterla di lamentarti perché sei tu l’artefice del tuo destino e se ti capita qualcosa di spiacevole è colpa tua perché sei troppo negativo e sei tu che te la tiri e che se desideri con tutto il cuore una cosa poi questa si realizza e che… che al mercato mio padre comprò.

Alla fiera dell’est… c’è l’amica saputella germanica, quella che: “ma invece di piangerti addosso, perché non vai in Germania?”, che poi magari lei è tedesca ma dalla Germania è scappata via perché il clima è orrendo e i tedeschi sono freddi ed è difficile fare amicizia e la vita è cara e il cielo è sempre grigio e l’umore è sempre basso e alla fine è tornata in Italia da mammina e magari ha trovato pure un fidanzato e il fidanzato è marocchino ed è disoccupato e a lui però il lavoro in Italia glielo trova subito, mentre tu devi emigrare in Germania così fai spazio agli altri suoi parenti marocchini e che tanto tu sei bella, sei bionda, parli le lingue e il lavoro in Germania te lo tirano e che… che al mercato mio padre comprò.

Alla fiera dell’est… c’è l’amico saputello-londinese, quello che vuole a tutti costi mandarti a lavorare a Londra, anche se lui da Londra è scappato dopo 1 mese perché gli faceva schifo e perché è riuscito a trovare solo lavori sottopagati nei call centre e con lo stipendio che prendeva ci pagava a malapena l’abbonamento della metro e che divideva un bilocale nella terza zona con sei immigrati lituani e che alla fine è tornato in Italia a lavorare nell’azienda di papà che è molto meglio e che però a te insiste a dirti che devi andarci, che a Londra c’è il lavoro è che è un paradiso e che si guadagnano un sacco di soldi e che lì c’è meritocrazia e che … che al mercato mio padre comprò.

Alla fiera dell’est… c’è l’amico saputello-scroccone, quello che non ha mai pagato un affitto in vita sua e che vive nella casetta che gli ha comprato papà, o nella mansardina abusiva tirata su da mammà, o nell’appartamento che ha ereditato dalla nonna o che ha tolto all’ex marito, e che però a te dice: “ma invece di lamentarti, perché non ti prendi una casa in affitto?”. E chi glielo dice all’amico scroccone che per prendere una casa in affitto serve uno stipendio; che il padrone di casa vuole una busta paga e che sennò non ti affitta nemmeno la lettiera del gatto e che se anche non lavori lui l’affitto lo vuole tutti i mesi e che se a un certo punto ti rendi conto che non ce la fai devi dargli almeno 6 mesi di preavviso e che se non gli dai i 6 mesi di preavviso lui si tiene la caparra e che di solito la caparra sono 2-3 mensilità e che ogni mensilità sono almeno 500 euro… che al mercato mio padre comprò.

Alla fiera dell’est… c’è l’amico saputello-esperto in diritto dell’immigrazione. Quello che l’unica volta che è uscito dall’Italia è stato per il viaggio di nozze a San Marino (convinto, ovviamente, che San Marino fosse all’estero) e che pretende di saperne più di te su come funziona negli altri paesi e che continua a ripeterti: “ma invece di lamentarti, perché non vai a cercare lavoro in Canada, o in Australia, o in Nuova Zelanda?”. E chi glielo dice al mio amico saputello che il Canada, l’Australia e la Nuova Zelanda non fanno parte della Comunità Europea, semmai del Commonwealth, e che per lavorare in questi paesi occorre un permesso di soggiorno e che per ottenere un permesso di soggiorno serve qualcuno che ti sponsorizzi e che per trovare qualcuno che ti sponsorizzi devi trasferirti sul posto almeno un anno (senza poter lavorare), sperando di convincere un datore di lavoro a farti da garante e che per trasferirti sul posto almeno un anno (senza poter lavorare) servono più o meno 1.000 euro al mese e che 1.000 euro al mese fanno 12.000 euro l’anno… che al mercato mio padre comprò.

Insomma, alla fine della fiera (dell’est) sai che ti dico, amico saputello? Dico che nella vita ci vuole, certo, una dose di ottimismo, di caparbietà, di forza d’animo e di intraprendenza. Ma ci vuole pure culo, lo stesso culo che hai avuto tu ad avere dei genitori che ti hanno aperto la piscina, il negozio, la palestra, la pizzeria; che ti hanno dato i soldi per finanziare il mutuo; che ti hanno raccomandato per quel posto di lavoro dove stai scaldando la sedia; che ti hanno presentato a tizio e a caio; che ti hanno pagato l’università fuori sede; che ti hanno guardato i figli mentre eri a lavoro; che ti hanno assunto nell’azienda di famiglia; che ti hanno riaccolto in casa dopo anni trascorsi a vuoto in giro per l’Europa a capire chi eri.

Dico che prima di parlare bisognerebbe provare a vivere completamente da soli, con le proprie forze, senza l’aiutino da casa, senza i privilegi, senza le scorciatoie. Perché non è per niente facile dover fare sempre tutto da soli, poter contare solo sulla propria forza di volontà e sul proprio ottimismo. Perché anche l’ottimismo più intrepido, di fronte a tanti no e a tante ostilità, vacilla. E questo non significa essere deboli, o comodi, o fifoni. Significa essere umani. E avere bisogno, come tutti gli esseri umani, di un aiuto. Di un piccolo SI in un mare di NO. Di una tiepida fiammella di speranza. Di una notizia positiva, ogni tanto, che ti aiuti a riprendere fiato e a darti quel poco di motivazione per andare avanti. Di qualcuno che ti venga incontro e decida di darti una possibilità, nonostante tutto.

Perciò quando questo avverrà, sarò lieta di comunicarlo a gran voce con tanto di manifesti in piazza. Ma fino ad allora, amico saputello, fammi/fatti un piacere.

Taci.

Le faremo sapere… ma anche no

Le faremo sapere.

Quante volte vi siete sentiti dire questa frase al termine di un colloquio di lavoro? Molte? Allora leggete questo post, perché è scritto per voi, da una come voi.

A metà marzo ricevo una e-mail dal signor Marco Q. che mi invita a Firenze per un colloquio. Arrivo in treno in mattinata. È una bella giornata primaverile, il fiume Arno risplende sotto al Ponte Vecchio e nuvole bianchissime si stagliano contro la cupola rosso ruggine della cattedrale di Santa Maria del Fiore. Non posso fare a meno di pensare che sarebbe bello lavorare in questa città. E io ho un colloquio di lavoro, perciò… dita incrociate.

Il signor Marco Q. mi accoglie in un palazzo rinascimentale nel cuore della città. Mi colpiscono subito i modi affabili di questo imprenditore fiorentino, l’aspetto raffinato e la sua professionalità. Ci intratteniamo per circa 30 minuti, durante i quali mi descrive la sua azienda e il ruolo della figura ricercata. Mi informa che il mio curriculum è risultato uno dei più interessanti, ci tiene persino a mostrarmi il cerchietto rosso con un Si all’interno, che sta ad indicare il particolare interesse dell’azienda per la mia candidatura. il-colloquio-di-lavoro-300x199

Al termine dell’incontro eccoci al momento cruciale, quello in cui gli chiedo se riceverò una comunicazione da parte dell’azienda in merito all’esito del colloquio. Il signor Marco Q. mi dice (cito testuali parole): “Non si preoccupi, lei non riceverà una comunicazione, lei riceverà 600 comunicazioni da parte mia”. E così ci stringiamo la mano e io salgo sul treno che mi riporta a casa.

Era il 27 marzo. Da allora non ho mai più sentito il signor Marco Q.

Presumo sia morto. O almeno lo spero. Ma non all’improvviso, no, sarebbe troppo facile, troppo indolore. Io spero sia morto dopo una lenta e travagliata agonia, la stessa che lui ha inflitto a me in questi due mesi di interminabile attesa. Due mesi trascorsi con il cellulare perennemente vicino, anche sotto la doccia, trasalendo ogni volta che arrivava una e-mail o una chiamata. Due mesi a chiedermi come mai non si facesse vivo, perché me l’aveva detto chiaramente, “lei riceverà 600 comunicazioni da parte mia”. E quelle parole mi risuonano ancora oggi nella testa ogni volta che il mio smartphone squilla e io corro ad afferrarlo, solo per constatare con infinita amarezza che chi mi sta chiamando è un amico o il solito addetto della TIM.

Come un’attrice drammatica provo persino a fare i giochi di ruolo e mi calo nei panni del signor Marco Q., immaginando di vivere la sua impegnatissima vita da imprenditore, tra voli in prima classe ed eventi mondani. Cerco di capire cosa sia scattato nella sua testa da impedirgli di dedicare 30 secondi del suo tempo a una persona che ha preso un treno e perso un’intera giornata per incontrarlo a Firenze. Si perché ho calcolato che ci vogliono circa 30 secondi per scrivere una e-mail come la seguente: “Gentile sig.na, la ringraziamo per il tempo che ci ha voluto dedicare. Purtroppo in questa occasione la sua candidatura non ha avuto successo, ma conserveremo il suo curriculum per future posizioni lavorative”.

Avete tenuto il tempo? Io ho impiegato 24 secondi a scrivere queste righe. Come mai il signor Marco Q. non è riuscito a trovare 24 fottuti secondi per fare altrettanto, liberandomi da questa inutile attesa, e lasciandomi libera di ricominciare daccapo con la mia ricerca del lavoro?

Insomma, il signor Marco Q. dovrà pur andare al bagno? Ecco, non poteva semplicemente scrivermi una e-mail sulla tazza del WC, unendo così l’utile al dilettevole? No, perché sarebbe stato un atteggiamento troppo professionale, troppo rispettoso, mentre gli imprenditori italiani non hanno la minima idea di cosa sia il rispetto. O meglio, ne hanno una concezione puramente utilitaristica e opportunistica, per cui il rispetto è dovuto solo ai clienti miliardari che sborsano quattrini per acquistare i loro prodotti, mentre a una disgraziata disoccupata che arriva in treno non devono proprio un bel nulla.

D’altronde cosa può saperne il signor Marco Q. di cosa voglia dire trascorrere le proprie giornate a fissare lo schermo del cellulare in attesa di quella chiamata che non arriva mai? Che cosa ne sa di quanto male faccia la disoccupazione? Di quanto sia frustrante vedere la propria vita scivolarti di mano? Essere perennemente alla mercé di decisioni altrui; osservare i mesi e gli anni che passano senza avere il controllo sugli eventi? Diventare uno spettatore passivo della tua stessa vita? Avere idee, energia e grinta da vendere, ed essere invece costretto a passare le giornate aspettando una e-mail da Marco Q.?

Forse se anche Marco Q. avesse dei figli disoccupati si comporterebbe diversamente. Se anche i suoi figli tornassero a casa ogni settimana con il volto imbronciato dopo un colloquio; se anche loro trascorressero le giornate barcamenandosi tra curriculum, agenzie del lavoro e improbabili colloqui; se li vedesse arrabbiarsi e piangere e disperarsi; se assistesse impotente alle loro umiliazioni, allo scemare del loro entusiasmo… forse, e dico forse, avrebbe a sua volta maggior rispetto di me e di quelli come me. Ma sono quasi certa che i figli di Marco Q. siano andati a studiare in qualche prestigioso college negli Stati Uniti, o lavorino in azienda insieme al paparino, perciò è difficile che debbano mai confrontarsi con questa realtà.

Io però ho un sogno. Che un giorno il signor Marco Q. abbia bisogno di un trapianto. Che passi le sue giornate nell’attesa spasmodica di una chiamata dall’ospedale che gli annunci la presenza di un donatore. Che inondi il suo medico di e-mail e di telefonate per avere un aggiornamento sulla disponibilità di un organo. E che il medico gli risponda con modi affabili e gentili: “Non si preoccupi, le faremo sapere”.

Se il rubino sui binari va in pensione

Chiunque si sia trovato a scorrere annunci di lavoro negli ultimi tempi, quasi certamente si sarà imbattuto in bizzarre posizioni lavorative dai nomi curiosi e talvolta impronunciabili. In effetti, da qualche anno è in atto una vera e propria rivoluzione copernicana nel mondo che lavoro, che sta mandando in pensione i mestieri tradizionali, sostituendoli con nuove e più promettenti figure. Già, la pensione. E’ proprio di questo e delle nuove professioni che mi piacerebbe trattare in questo post.

Anche in Italia sembra aver preso finalmente il via il processo di digitalizzazione, con tutte le conseguenze socio-economiche che esso comporta. Il wi-fi va diffondendosi sempre di più nelle case e negli uffici, smartphone e tablet sono ormai una realtà consolidata e anche l’e-commerce sembra aver fatto breccia nel cuore dei consumatori italiani.

A livello aziendale, la parola start-up è entrata a far parte del nostro lessico, e anzi, politici ed economisti non perdono occasione per sciorinare lodi nei confronti di questa nuova forma di imprenditoria. Per i meno avvezzi alla lingua inglese, le start-up non sono altro che micro aziende, simili alle ormai logore cooperative, composte da uno o più soci e dedite perlopiù ad attività legate al web. Dopo quasi due lustri di stagnazione economica, le start-up sembrano aver dato nuova linfa alle economie dei vari paesi, riuscendo nell’impresa di recuperare i posti di lavoro che la crisi aveva spazzato via.images Ma è davvero così?

Certo, le statistiche in Italia e nel resto del mondo parlano chiaro: negli ultimi 4-5 anni sono state avviate centinaia di migliaia di start-up, alcune delle quali hanno riscosso anche un certo successo. Quello che però le statistiche non ci dicono è quanto durino nella realtà queste piccole aziende. Perché per ogni start-up che viene fondata, ce ne sono 10 che si dileguano nell’ombra, di solito dopo un periodo di attività che varia da 2 a 5 anni. Un’altra cosa che le statistiche non dicono è il numero effettivo di persone che vengono assunte in queste nuove imprese. Mediamente in una start-up ci sono uno o più soci fondatori e una manciata di collaboratori. Ovviamente le realtà più grandi possono arrivare ad avere anche decine di dipendenti, ma a quel punto vuol dire che si è compiuto il salto verso lo status di azienda vera e propria, mentre il concetto originale di start-up si applica alle mini aziende che hanno le caratteristiche sopra descritte.

E per quanto riguarda la durata dei contratti e le modalità di assunzione? Anche questo elemento sembra sfuggire (o non interessare) ai politici di turno e a tutti coloro che si sono lasciati prendere dall’euforia del digitale, osannando la rivoluzione delle start-up. Almeno in Italia, ma a giudicare da quanto si legge negli annunci di lavoro, anche all’estero, la maggior parte degli addetti in una start-up sono persone giovani o giovanissime, assunte con contratti a tempo determinato (per i più fortunati) o attraverso le più svariate forme di collaborazione, tutte però con un comune denominatore: la flessibilità e le poche certezze per il futuro. Contratti freelance, stage, collaborazioni part-time e lavoro da casa, spesso pagato a ore, sono le modalità più diffuse. Perciò, a tutti questi esperti che si affannano a spiegarci quanti posti di lavoro hanno creato e creeranno in futuro le start-up, vorrei tanto chiedere: è davvero un bene puntare tutto su questa nuova forma di imprenditoria? E soprattutto, siamo sicuri che il mercato digitale sarà veramente in grado di riassorbire tutti i posti di lavoro persi nei settori tradizionali (agricoltura, industria, servizi ecc..)?

Perché per quanto ci piaccia credere che internet sia l’ufficio di collocamento del futuro (e, almeno in parte, lo è), la realtà è che non offre tutte quelle garanzie rappresentate da un posto in fabbrica o in un ufficio o in un ospedale. In effetti, mi chiedo se tutte queste professioni legate al mondo online saranno davvero capaci di garantire la sicurezza (sociale e pensionistica) di un lavoro da saldatore, cuoco, meccanico, segretaria e così via dicendo.

Oggi vanno tanto di moda le cosiddette “new professions”, ovvero nuove figure professionali dai nomi cool e spesso curiosi: c’è la fashion blogger, il social media manager, il Seo specialist, l’addetto e-commerce, il community manager e l’ormai onnipresente ruby on rails (letteralmente “rubino sui binari”, ovvero una particolare figura di programmatore informatico). images (5)

Ecco, per quanto anche io sia attratta da internet e dalle sue numerose potenzialità (non a caso ho scelto anche io, nel mio piccolo, di diventare una blogger…), continuo a nutrire seri dubbi circa le reali capacità della rete di riassorbire e ricollocare tutta quella fetta di manodopera esiliata dal mercato del lavoro a causa della crisi economica.

Proviamo a ipotizzare lo scenario pensionistico tra 30-40 anni. Immaginiamo, ad esempio, di trovarci alle poste e di assistere alla conversazione di tre simpatici vecchietti che sono in fila per riscuotere la pensione. Diciamo che Vecchietto A era un ruby on rail, Vecchietto B lavorava come web analyst e Vecchietta C come travel blogger. Tra un discorso sugli acciacchi dell’età e un altro sulle recite scolastiche dei nipoti, i nostri tre amici finiscono poi a parlare dei loro rispettivi lavori, degli anni di servizio, dei contributi versati all’INPS, degli scatti di anzianità ecc…

Ecco, sarebbe bello se questo quadretto avvenisse realmente, ma… avverrà realmente? Voglio dire, riscuotere una pensione da blogger? O iscriversi al sindacato dei java developer? E se la start-up per cui lavoro affrontasse un momento di crisi, avrò accesso alla cassa integrazione come Sem specialist? Le copy writer potranno mai andare in maternità? E se al povero rubino sui binari venisse una tendinite, avrà diritto alla malattia?

Insomma, sono d’accordo nello stare al passo con i tempi e sfruttare le potenzialità del progresso tecnologico. Le società inevitabilmente si evolvono, e con esse anche il mercato del lavoro. Soltanto non vorrei che nel cavalcare l’onda digitale del momento, ci si dimenticasse l’importanza dei settori più tradizionali. L’agricoltura, ad esempio, che andrebbe recuperata e valorizzata anche per una sua valenza sociale e culturale; il turismo, che andrebbe sfruttato maggiormente. E anche l’industria ha a mio avviso ancora tanto da offrire (penso all’energia pulita, al tema dei rifiuti ecc..). Tutti questi settori lavorativi possono ancora rappresentare una miniera di posti di lavoro, a patto che non ci lasciamo abbagliare troppo dalle luci e dal glamour del mondo digitale. Certo, è più cool dire agli amichetti a scuola che tuo papà è un digital analyst, piuttosto che un metalmeccanico, soltanto che con una pensione da metalmeccanico, almeno per ora, si campa meglio.

E in attesa della pensione 3.0, io faccio il tifo per il rubino sui binari !!!

C’era una volta il brand

Ve li ricordate i sabati pomeriggio di dieci, quindici anni fa? Ci si metteva d’accordo con gli amici, s’indossava l’abito buono e si usciva intorno alle quattro, destinazione centro. Il punto di ritrovo era davanti al negozio di scarpe, al bar all’angolo, a volte davanti all’edicola: un sistema di appuntamento collaudato e infallibile per noi sfigati dell’era pre-WhatsApp. E una volta giunti in centro si dava inizio alla passeggiata lungo il corso, guardando le vetrine dei negozi e fermandosi di tanto in tanto a salutare amici e conoscenti. Nelle giornate più fredde ci si fermava a scaldarsi in qualche bar, mentre con la bella stagione erano le gelaterie all’aperto a farla da padrone. Ma il vero must del pomeriggio era la passeggiata su e giù lungo il corso o la via principale, un rito di massa che nelle cittadine di provincia prende il nome di “struscio”, mentre nelle grandi città viene definito più genericamente “shopping del sabato”.

Sembrano reminiscenze di un’epoca preistorica, eppure questa era la quotidianità di tutti noi fino a non più di un decennio fa, prima cioè che l’americanizzazione di massa svuotasse i nostri bei centri storici, riempiendo le periferie di asettici centri commerciali tutto neon e fast-food. Un cambiamento sociale e urbanistico che non riguarda solo l’Italia, ma tutte le città d’Europa e di gran parte del mondo. Immaginiamo di venire bendati e condotti a sorpresa in una qualsiasi città europea. Una volta tolta la benda dagli occhi, credo che a stento sapremmo dire in quale luogo ci troviamo. Sì perché oggi i centri storici delle città si assomigliano un po’ tutti. Una volta vedevi il venditore di wurstel e sapevi subito di essere in Germania; il profumo di muffin e le sale da tè ti davano il benvenuto nel mondo anglosassone; i chioschi di patatine fritte ti strizzavano l’occhio dalle strade di Bruxelles e gli effluvi speziati provenienti da un kebab erano il segno inconfutabile del tuo arrivo in un luogo esotico. downloadOggi invece ci sono più kebaberie a Amsterdam di quante non se ne contino a Istanbul; le scritte cinesi dei negozi a 99 centesimi campeggiano ovunque nelle viuzze medievali di Praga come in quelle di Vienna; chioschi di caldarroste, bretzel e crêpe hanno ceduto il passo a Burger King e Starbucks, mentre loschi internet point dalle scritte arabeggianti stazionano di fronte a splendide piazze barocche, là dove un tempo avresti trovato, a seconda della nazione, una pizza al taglio, un ristorantino tipico catalano o una pasticceria viennese.

imagesMa non si tratta di colonizzazione puramente gastronomica. Anche la moda, infatti, ha subito i contraccolpi della globalizzazione. Se un tempo viaggiare all’estero significava anche scoprire botteghe caratteristiche, negozi locali, e perché no, i marchi più conosciuti di una certa nazione, oggi quel divertimento si è perso del tutto. Era figo andare a New York e fare incetta di Levi’s alla metà del prezzo, per poi mostrarli con orgoglio ai propri amici; era piacevole curiosare nei negozietti vintage e scoprire i brand locali, spesso sconosciuti in patria; e immagino fosse emozionante per uno straniero venire in Italia e fare shopping nelle boutique di Versace, Gucci e gli altri grandi del made in Italy. Era, insomma, un viaggio nel viaggio, che partiva dal cambio della moneta e proseguiva con la scoperta di usi e costumi locali (nel senso letterale della parola). Oggi questo piacere è stato snaturalizzato da un processo di franchising selvaggio, innescatosi negli anni ’80 con la diffusione dei Mc Donald su scala globale e culminato in tempi recenti con una vera e propria colonizzazione dei brand.

Provate infatti ad osservare le vetrine di una qualunque città europea, asiatica o americana: che vi troviate a Stoccarda, a Barcellona, a Pechino o a San Francisco, i brand che spiccano lungo le vie centrali sono gli stessi ovunque, a volte sono collocati persino nello stesso ordine!! Si inizia con Zara e si prosegue con H&M, Tezenis, Uniqlo, Yamamay, Top Shop, Abercrombie, Benetton e via dicendo, senza dimenticare l’onnipresente Desigual, i cui negozi ormai sono anche sotto terra, una sorta di Radio Maria della moda!

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E’ stato un processo lento ma inesorabile, che ha spazzato via i piccoli negozi e i marchi locali, imponendo un modello unico in tutte le città del mondo. E il risultato è che oggi si contano più boutique di Cucinelli a Shanghai di quante non ce ne siano a Milano, mentre a New York è sempre più raro trovare i Levi’s di cui sopra, rimpiazzati da Victoria’s Secrets e dagli altri brand del momento. Per non parlare poi della proliferazione incontrollata di outlet e multisala disseminati nelle zone industriali di ogni città o cittadina che si rispetti. Cosa sarebbero oggi le nostre periferie senza l’enorme insegna giallo-blu dell’Ikea, i mega parcheggi di Leroy Merlin o il rosso abbagliante dei centri Virgin Active?

download (1)Che ne è stato del piacere di viaggiare, scoprire gli usi e i costumi di un altro paese? Una volta bastava oltrepassare il confine svizzero per immergersi in un mondo così vicino, eppure già così diverso. Oggi le polpette svedesi sono più popolari della piadina. Che gusto c’è a visitare Casablanca oggi, se al posto del souk arabo trovo le profumerie Douglas, e l’hummus più buono lo trovo a Camden Town? Siamo sicuri che questo mondo ikeizzato ci piaccia davvero?

Non so voi, ma a me manca lo scendere da un treno, respirare l’aria a occhi chiusi, e dire con convinzione: “E si, sono in Germania!”

Volevo essere Benjamin Button

Non so voi, ma io detesto Gennaio. Sarà che è il mese più lungo, freddo e grigio dell’anno. Sarà la vista di tutti quei rami spogli e avvizziti che penzolano dagli alberi. O più semplicemente, sarà che mi ricorda che manca solo un mese al mio compleanno. E già, il compleanno, brutta bestia, specie se hai superato da un po’ i trentanni e quei numerini iniziano ad avvicinarsi pericolosamente al decennio dei 40. Suvvia, che sarà mai qualche ruga in più, direte voi. Magari fossero le rughe il problema, o i capelli grigi, i chili di troppo e tutti gli altri inconvenienti che si presentano con l’avanzare dell’età. A quelli c’è (quasi) sempre un rimedio. Puoi usare un antirughe, segnarti in palestra, andare dal parrucchiere, seguire una dieta. Con un tocco di bisturi puoi persino comprarti la giovinezza. Bastano poche migliaia di euro, praticamente i soldi di una vacanza.

Ma non esiste bisturi per la carta d’identità. E si sa, carta canta, specie se quei numeretti all’apparenza innocui finiscono nella quarta riga del curriculum, subito dopo la voce nome, indirizzo e numero di telefono, ricordandoti in modo impietoso il rapporto inversamente proporzionale tra l’età che avanza e la possibilità di trovare un impiego. Si perché più ci si allontana dalla fatidica soglia dei 30 anni, più ci si rende conto che le possibilità di essere assunti da una qualsiasi azienda si assottigliano.

Le ho provate tutte per mistificare la realtà: ho tolto e poi rimesso e poi ritolto l’età dal curriculum; ho scelto la foto con l’aria più sbarazzina (la coda di cavallo aiuta); ho omesso l’anno di laurea per sviare eventuali deduzioni logiche; ho modificato così tante volte la data di nascita che ormai non ricordo più neanche io quando sono nata! Tutto questo perché nel mondo del lavoro aver superato i trentanni sembra essere una colpa grave quasi quanto un omicidio. E io muoio dalla voglia di chiedere a tutti questi datori, esperti di risorse umane e imprenditori vari: ma voi quanti anni avete? Ai vostri figli, mogli, mariti e fratelli è concesso invecchiare? Sapete cosa si prova nell’istante in cui una voce dall’altra parte della cornetta ti chiede la tua età, e tu sai già che la risposta che darai metterà fine a ogni speranza di proseguire la conversazione? Vi siete mai sentiti dire: “veramente cercavamo una ragazza” per un semplice posto di cameriera?

Lo so anch’io che avere 25 anni è una bella cosa. D’altronde a chi non piacerebbe ringiovanire, tornare ad benjamin buttonavere una pelle liscia, gambe snelle, capelli folti e luminosi? Chi non ha mai desiderato fermare il tempo, vivere una vita al contrario come Benjamin Button? Ecco, proprio a lui pensavo. Da piccola sognavo di essere Candy, Georgie e le altre eroine dei cartoni animati. Oggi vorrei essere Benjamin Button, avere il potere di invertire il corso del tempo, diventare sempre più giovane mentre tutti intorno a me invecchiano. Forse i compleanni non mi farebbero più così paura. Ma Benjamin Button resta solo un film, la realtà è ben altra. Perché posso tingermi i capelli, andare in palestra sette giorni alla settimana, imbottirmi di acido ialuronico, spararmi siringhe al botulino, rimpinzarmi di melograno, pesce azzurro e pillole agli omega 3, ma i miei fottuti 36 anni resteranno sempre lì, almeno fino a febbraio, quando diventeranno 37, e poi 38 e poi 39…

Sarebbe bello se nella vita reale esistesse un programma come Photoshop: una bella spennellata e non ci pensi più! Non ti piace l’età che hai? Vai nel pannello strumenti, seleziona il correttore, cambia numero, salva, e il gioco è fatto! Ma purtroppo nella vita non c’è Photoshop, il tempo scorre inesorabile e dovrebbe essere compito di una società civile far sì che la dignità (e l’età) delle persone venga rispettata e non calpestata. In paesi come il Canada, le Germania e il Regno Unito inserire la foto e la propria età anagrafica nei curricula è opzionale, se non addirittura vietato.images E questo non può che farmi sorridere se penso ai nostri annunci di lavoro che traboccano di “i curriculum senza foto verranno cestinati”, “massimo 29 anni”, “cercasi ragazza in età apprendistato” e chi più ne ha più ne metta.

Non posso fare a meno di pensare che tanti capolavori artistici, opere letterarie immortali, scoperte tecniche e scientifiche che hanno cambiato il corso dell’umanità siano il frutto della mente di uomini non più giovanissimi. Penso alla Gioconda di Leonardo, alla Ginestra di Leopardi, alla Cappella Sistina realizzata da un Michelangelo ormai quasi cieco. Se papa Giulio II si fosse lasciato scoraggiare dall’età avanzata dell’artista, oggi a Roma non ci sarebbero milioni di turisti da tutto il mondo ad ammirare il Giudizio Universale col naso all’insù!

Ma forse la colpa è della società frivola in cui viviamo e che abbiamo contribuito a costruire. Una società spartana che osanna modelli di bellezza e gioventù, e seppellisce tutto ciò che non rientra in quei canoni di perfezione. Forse è tempo di ritoccare l’effige che campeggia sul palazzo della Civiltà del Lavoro a Roma, francamente un po’ stantia.

Italiani, un popolo di santi, poeti, navigatori, artisti, colonizzatori… ma tutti under 30.

 

 

 

Guinzaglio, questo sconosciuto

cane_nastrino_giallo-586x276Ci risiamo. Come ogni mattina esco per la mia immancabile passeggiata al parco. È una tiepida giornata di dicembre, una di quelle che tanti paesi ci invidiano. Perché ammettiamolo, in quale altro paese d’Europa è possibile concedersi una camminata all’aperto in pieno inverno, godendo del tepore del sole e di un cielo che più azzurro non si può? E fin qui tutto bene.

Parcheggio l’auto e mi avvio lungo il percorso verde della mia città. Dopo pochi minuti avviene il primo incontro: un simpatico cagnolone senza guinzaglio che scorrazza libero e indisturbato, annusando chiunque gli capiti a tiro. Fingo di ignorarlo nella speranza di troncare sul nascere ogni sua curiosità nei miei confronti, e mentre allungo il passo cerco di individuare il potenziale padrone. Ma non c’è nessuno nei paraggi. Poi a distanza scorgo un ragazzo assorto nel suo smartphone. Ha in mano un guinzaglio. Si, deve essere lui. Lancio un paio d’imprecazioni tra me e me e proseguo la mia passeggiata. È una giornata troppo bella per lasciare che il solito cafone di turno me la rovini, e poi è da giorni che lavoro senza sosta davanti al computer, i miei occhi bramano la luce e voglio godermi questo cielo azzurro senza noie e senza stress.

Ma dopo neanche cinque minuti ecco apparire un altro cane sciolto all’orizzonte, ancora più agitato del precedente. Corre all’impazzata, salta, si azzuffa con altri cani, guizza via intrufolandosi tra passeggini e biciclette. Mi dico: “vai avanti, ignoralo”, ma stavolta l’animale in questione è un po’ troppo inquieto per i miei gusti, così faccio dietro front e scelgo un sentiero alternativo. Ma è solo questione di tempo prima che l’ennesima bestiola mi si pari davanti, saltandomi sulle ginocchia e insudiciando i miei pantaloni con le sue zampette sporche di fango. So che non vuole farmi male, so che gli animali amano fare le feste, ma non posso farci niente: IO HO PAURA DEI CANI.   E ora sparatemi.

Così cambio strada per l’ennesima volta e alla fine faccio ritorno a casa più stressata di prima. Hanno vinto loro, come sempre. Gli italiani del “non si fa, ma chissene frega”. Sono anni che la mia passeggiata al parco si trasforma in una corsa a ostacoli per evitare di imbattermi in cani puntualmente sciolti; anni che faccio notare ai vari padroni che gli animali nei parchi pubblici VANNO tenuti al guinzaglio. E sono altrettanti anni che mi sento rispondere le scuse più improbabili. Potrei scriverci un libro. In effetti credo che lo farò. Si va dal classico: “ma è buono” (perché gli italiani, si sa, hanno tutti una laurea in discipline veterinarie), ad un più creativo “ho dimenticato il guinzaglio in auto”. Ammetto che in fatto di giustificazioni, la fantasia dei miei connazionali non ha limiti. Una signora una volta mi ha risposto stizzita: “ma è un cucciolo, ha 8 mesi”. Si signora, un bel cucciolo di alano!!

È in queste occasioni che mi piacerebbe tanto osservare il percorso dei neurotrasmettitori all’interno del cervello umano, per capire cosa, a volte, va storto. Come mai è tanto difficile per un italiano rispettare delle semplicissime regole che sono accettate ovunque? Ho vissuto in diversi paesi del mondo e da assidua frequentatrice di parchi quale sono, non mi è mai capitato di imbattermi in cani sciolti. In Inghilterra, in Canada, persino in Cina (okay, lì se li mangiano direttamente…). Scherzi a parte, le più banali regole del vivere civile sembrano essere unanimemente condivise ovunque, tranne nel Bel Paese.

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È da tanto tempo che sento gli italiani riempirsi la bocca con paroloni come leggi ad personam. Tutti lì, con aria da intellettuali, pronti a indignarsi di fronte alle menzogne, l’abuso di potere, l’aggiramento di regole e le mille scorciatoie legali che hanno contraddistinto l’intera carriera politica di Berlusconi, ovvero colui che delle leggi ad personam ha fatto uno stile di vita. Ma se ciascuno di noi provasse per una volta a guardarsi dentro, credo che riconoscerebbe in sé un piccolo Berlusconi. Anzi, credo sia corretto dire che SIAMO TUTTI BERLUSCONI.

La vita dell’italiano medio, infatti, non è altro che un continuo, incessante tentativo (ahimè riuscito) di prevaricare il prossimo, ignorando ogni legge e regola del buon vivere in favore dei propri interessi personali. Tanto c’è sempre una scusa pronta per giustificare qualunque infrazione. Perché lo sappiamo tutti che i cani vanno tenuti al guinzaglio nelle aree pubbliche, ma la maggior parte di noi ha deciso che questa legge non vale per il proprio cane, perché lui è buono, è piccolo, è un cucciolo ecc ecc…       E questo paradigma si applica a qualsiasi altro aspetto della nostra società.

Ma se siamo noi italiani, nel nostro piccolo, i primi a scavalcarci l’un l’altro badando solo a difendere i nostri interessi e coprire malefatte più o meno gravi, come possiamo aspettarci che non lo faccia il più famoso, il più ricco, il più furbo e il più potente dei nostri concittadini? In fondo Berlusconi non è altro che una macchietta, una stigmatizzazione ed esacerbazione di tutti i difetti dell’italiano comune.

Più frequento i parchi italiani, più mi rendo conto che essi non sono altro che un’amara metafora del nostro paese, un luogo dove regna l’anarchia totale e ciascuno si cura solo dei propri interessi. A Zurigo una volta mi sono imbattuta in una frase, incisa su una panchina: erlaubt ist, was nicht stört, che tradotto vuol dire “è consentito tutto ciò che non disturba”.

panchina zurigo

Ecco, potremmo per favore acquistare qualche centinaia di migliaia di panchine dalla Svizzera e disseminarle nei nostri parchi pubblici?

Come sempre, a voi lettori l’ultima parola.

Viva la mamma!

Questo è il primo articolo che scrivo per il mio neonato blog e devo ammettere che provo una certa ansia da prestazione mentre le mani scorrono sulla tastiera. Mi sento un po’ Carrie Bradshaw di Sex & the City (eh.. mi piacerebbe!) e un po’ Jane Austen (ecco, già meglio). Comunque, per il mio battesimo di blogger, ho deciso di affrontare uno dei temi che più mi stanno a cuore e che mi preme condividere con il mondo là fuori, ovvero la situazione delle donne nel mercato del lavoro, in particolare in quello italiano.

Infatti, come se non bastassero le già devastanti conseguenze fisiche dell’invecchiamento a buttar giù noi donne, ci si mette anche la nostra difficile condizione nel mondo del lavoro. Ogni donna che si ritrovi a leggere queste righe credo possa riconoscersi in quello che scrivo. Perché se per un uomo è difficile trovare lavoro (soprattutto in questi tempi disgraziati), per il gentil sesso si tratta di una vera e propria mission impossible. A ben poco servono le patetiche frasi consolatorie che sempre più spesso ci vengono rivolte,  frasi come “oggi una donna a trent’anni è ancora nel pieno della giovinezza” o “beh, ma tu non li dimostri affatto”. La realtà, come sappiamo, è ben altra. Perciò se hai superato i 30 e non hai ancora un lavoro, smetti di cercarlo e trova piuttosto un marito, l’unica vera assicurazione sulla vita capace di garantirti in un colpo solo stipendio, pensione e reversibilità. Evviva l’amore!

I colloqui di lavoro oggi assomigliano sempre più a una prova di resistenza psicologica, dove vince la candidata che riesce a non strangolare il suo interlocutore. Da quando ho compiuto trent’anni mi sono sentita chiedere sempre meno spesso che tipo di esperienze ho, quante lingue parlo e quali sono i miei obiettivi professionali, e sempre più spesso se sono sposata, se ho figli, se si quanti, se no quando penso di farli. Negli ultimi 5 anni direi che i miei colloqui si sono svolti più o meno nel modo seguente: “Buongiorno, si accomodi pure. Allora, mi parli un po’ di lei..”. E appena tu inizi ad illustrare il tuo percorso lavorativo, vieni prontamente interrotta dalla fatidica domanda: “ma non è sposata?”. Da quel momento, e per tutto il resto del colloquio, non si parlerà più dei tuoi titoli di studio, degli stage, delle esperienze all’estero, ma solo e unicamente della tua situazione sentimentale.

E’ difficile stilare una classifica delle domande che mi irritano maggiormente ai colloqui di lavoro, tuttavia se c’è una cosa che mi manda proprio su tutte le furie è quando mi viene chiesto cosa pensa il mio ragazzo/marito/compagno del fatto che potrei dover viaggiare per motivi di lavoro. Ma davvero gli imprenditori italiani sono tutti fermi agli anni ’40, quando bisognava chiedere al proprio marito il permesso per uscire di casa a fare la spesa? E’ così difficile accettare l’idea che oggi una donna sia in grado di prendere un aereo da sola (oh my god!), senza chiedere prima un consulto al proprio partner e attenderne il via libera? E non importa quante rassicurazioni tu sia in grado di fornire al potenziale datore di lavoro, il suo sguardo scettico ti farà sentire comunque in difetto e alla fine ti chiederai se è veramente il caso di abbandonare il povero fidanzatino ai suoi calzini spaiati e a un piatto di pasta scotta per, udite udite, tre giorni di trasferta!! Puoi provare a giocarti la carta del “sono single, perciò non ho problemi a spostarmi”, ma di nuovo lo sguardo scettico dell’imprenditore si abbatterà su di te, stavolta anche più contrariato, perché crederà che tu gli stia dicendo una bugia. E sì perché è automaticamente escluso che tu sia single a 35 anni, ergo gli stai mentendo.

Un po’ però li capisco questi poveri imprenditori. A volte, infatti, si trovano costretti per forza di cose ad assumere delle donne, con tutti i fastidiosi contrattempi che ne derivano. Sì perché noi esponenti del gentil sesso abbiamo un grosso, grossissimo difetto. Siamo troppo emotive? No, cioè sì, ma non è quello il grosso difetto. Siamo instabili e irascibili in quei giorni del mese? Vero, ma non è neanche questo il punto. Il fatto è che noi donne… (rullo di tamburi…) abbiamo il brutto vizio di fare figli. Ebbene sì, lo ammetto, ogni tanto alle donne capita di restare incinte.

Ora, la domanda che vorrei porre ai datori di lavoro è la seguente: di preciso, chi è che se le tromba tutte queste fanciulle, onde per cui esse rimangono incinte? Auto-inseminazione? Colpo di stato degli spermatozoi? O, più biblicamente, miracolo dello Spirito Santo? E che dire di tutti quei simpatici nonnini che scarrozzano orgogliosi i nipoti al parco? Non c’è neanche un imprenditore tra loro? Tutti nonni-operai? Perché se fare figli è una colpa, ogni imprenditore dovrebbe educare la propria prole ad astenersi categoricamente dalle gravidanze. Eppure è empiricamente dimostrato che anche le figlie degli imprenditori partoriscono. Ah già, forse a loro è concesso, perché il nonno-imprenditore chiude volentieri un occhio sui permessi per l’allattamento dell’amato nipotino.

Che poi tutto questo discorso non mi riguarderebbe minimamente, visto che io figli non ne ho e non ci tengo ad averne, ma vaglielo a spiegare all’imprenditore scettico di cui sopra che ho 36 anni e, stranamente, non intendo avere bambini. Già, perché noi donne dopo i 30 non siamo più delle persone, con hobby, interessi, aspirazioni, ma uteri vaganti pronti a essere fecondati in ogni momento. Esistesse una macchina della verità-maternità, mi ci sottoporrei subito per dipanare ogni dubbio, ma ancora gli uffici di collocamento ne sono sprovvisti.

Allora mi è venuta un’idea: e se insieme al curriculum gli presentassimo un test dell’ovulazione? Anzi, solo il test, niente curriculum! Ogni mese ciascuna lavoratrice rea di possedere un ovaio fertile è tenuta a presentare al proprio datore di lavoro un test dell’ovulazione, per garantirgli che anche nel mese in corso ha ovulato, ergo non è incinta. A ciò si potrebbe eventualmente abbinare un certificato di sana e robusta mestruazione, giusto per stare più tranquilli…

E ora la parola a voi lettrici. Avete storie o esperienze personali da raccontare? Vi è capitato di sostenere colloqui come quelli toccati in sorte a me? Mi piacerebbe conoscere il vostro parere sull’argomento, ascoltare l’esperienza di altre donne e perché no, anche di qualche maschietto o imprenditore all’ascolto. Fatevi avanti 😉